Statuti Supinesi - supino

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Statuti Supinesi


GLI STATUTI DI SUPINO



(Brevi Osservazioni)

Gli statuti fanno "rivivere lo spirito di una comunità informata al diritto," (Dott. A. Volponi già sindaco di Supino). E' vero essi regolano la vita cittadina, tuttavia, non si rilevano a favore dei destinatari garanzie giuridiche. Addirittura Giovanna D'Aragona, sposa di Ascanio Colonna, nell'approvarli afferma: "Accettiamo, approviamo e confermiamo gli Statuti sopra riportati e vogliamo e comandiamo che essi siano osservati inviolabilmente a pena del nostro sdegno e di tutte le altre pene riservate al nostro arbitrio".

Il libro degli statuti supinesi dunque, è vero che, per riportare le parole del Prof Bianchi (al quale va attribuito il merito incommensurabile di avere dato vita a queste pagine importantissime della storia del nostro Pmente costituisce un fatto ancor più straordinario ed anomalo, se si considerano le istanze di libertà comunali che ispirano le città italiane del tempo (siamo nel 1500) ed anche i Comuni limitrofi (per esempio Ferentino ed Anagni), i cui statuti sono regole di libertà. Gli statuti anagnini per esempio, aese) "l'aria che si respira negli Statuti di Supino è aria (medievale) di sudditanza ad un feudatario, sia esso un principe Colonna e pur restando il Pontefice il vero sovrano". E ciò storicaattestano, nello stesso periodo (anno 1534), garanzie di grande libertà ed indipendenza. In essi, infatti, si legge (pag.47) che:"1)-S.E. il Governatore Caraffa faccia osservare ed osservi le antiche consuetudini, immunità, usi, libertà e costumi della città.

2)-che non faccia innovare alcuna cosa nei detti statuti..........

4)- che il comune di Anagni, come uso antico, possa valeat secondo le forme concesse dagli antichi statuti eleggersi il potestà ed il cancelliere. Dunque da una parte (a Supino) vige ancora l' "arbitrio" dei Colonna, dal'altra (ad Anagni) il governatore Caraffa deve invece "osservare le libertà" della città e non può "innovare alcuna cosa".

Come spiegarsi questa differenza così sostanziale fra comunità praticamente limitrofe? Evidentemente in Anagni vi è una strutura Comunale, mentre Supino dev'essere considerata ancora una vera e propria baronia (cosi come probabilmente erano anche i castelli di Sgurgola e Morolo). D'altra parte se , negli scritti del tempo, per quanto concerne Anagni, si parla di "città", mentre per quanto riguarda Supino Sgurgola e Morolo sinparla di "castelli" un motivo deve pur esserci. Dunque sembra quasi di vederlo il nostro paese: arroccato sotto la "Torre, sopra i fossati squassati dalle acque che scendono impetuose e tumultuose dalle montagne, nel grigiore delle case buie e senza sole, annerite dal fumo dei comignoli e dagli incendi subiti periodicamente; chiuso nelle sue mura e dalle poche porte soltanto attraverso le quali è consentito passare, per norma statutaria e a pena severe sanzioni.

E sembra quasi di vederli i nostri concittadini di allora, alle prese con i problemi legati alla sopravvivenza quotidiana ed oppressi dalla miseria e da un padrone probabilmente dispotico (mentre in toscana siamo in piena epoca rinascimentale).

L'uguaglianza dinanzi alla legge è un'utopia. Ma forse, allora, era naturale (come si legge nel libro I RXII - Titolo "Dell'esame delle persone distinte ed anche delle donne") la codificazione, per esempio, di questo principio: "Poichè come si dice, anche all'inferno si fà ripartizione delle persone, tanto più, dunque, essa è da farsi sulla terra; e poichè molto spesso (capiterà) di esaminare persone e donne distinte, stabiliamo ed ordiniamo che, d'ora innanzi dette persone debbano essere esaminate nelle loro case o nelle chiese ed in latri luoghi dignitosi e che non possono essere costrette ad essere esaminate nella Curia e che in nessun modo possano differentemente essere citati in gidizio per detta causa".

In parole povere, è stabilito che le persone "distinte" non frequentino le "Aule di giustizia" (Curia), le quali evidentemente, sono considerate luoghi disdicevoli.

In questo contesto doveva essere altresì naturale una differenza di pena da infliggere a chi commetteva un reato nei confronti di "una donna sposata o una vedova di buona reputazione" rispetto a quello commesso nei confronti di "una donna di cattiva reputazione" (Libro II RXVI e RXVII).

Non èra abnorme, dunque, che se una persona "avesse chiesto soltanto a parole qualche femmina di buona reputazione, col desiderio di unirsi a lei carnalmente" fosse punito con 25 libbre e che alla stessa sanzione (di 25 libbre) sarebbe incorso colui che effettivamente si fosse "unito carnalmente con violenza con una donna di cattiva reputazione".

In parole povere , ciò che colpisce è che la differenza di censo era per cosi dire codificata e determinava (sicuramente in danno dei più deboli) un diverso sistema sanzionatorio. A parte questo aspetto, peraltro assai significativo, colpisce anche il giurista la struttura del sistema processuale civile, la quale, praticamente, ricalca il processo attuale.

Esiste, infatti, la figura del "Capitano" che corrisponde all'odierno "Giudice Conciliatore" (ora sostituito dal "Giudice di Pace"). Questo raccoglie oralmente le cause di minore importanza ("da 40 soldi in giù") e per iscritto quelle di maggior rilievo ("45 libre" - Libro I R VII). Esiste (come nell'attuale sistema pocessuale) un'istruttoria che si realizza con prove testimoniali e con deposito di documenti; un'udienza per la precisazione delle conclusioni ad opera delle parti (c.d. deduzioni) e la sentenza.

Stupisce, pittosto, il fatto che le garanzie a favore del contumace (la parte chiamata in giudizio e non comparsa in udienza) sono maggiori rispetto all'odierno sistema processuale; posto che, per norma statutaria (Libro I - RVIII), l'attore (colui che intenta il giudizio) deve dimostrare di avere citato la controparte contumace almeno tre volte. Nel moderno processo, invece, basta dimostrare di averla citata correttamente una sola volta. Inoltre, avverso la sentenza, pronunciata come sopra, è amesso il ricorso in appello (Libro I - RIX), con un atto da proporre al "Giudice d'Appello e al suo Commissario o Luogotenente", organi evidentemente diversi e superiori al "Capitano" (detto anche vicario del Castello, vero e proprio amministratore della giustizia per conto della Duchessa Colonna).

Infine, è davvero singolare il fatto che, per alcuni tipi di cause (divisioni ereditarie), è previsto l'obbligo di ricorrere al "compromesso" (Libro I - RXIII), istituto che corrisponde al moderno "arbitrato": la causa non può sfociare in una sentenza, ma necessariamente deve sfociare in una decisione (detta appunto "compromesso") non impugnabile, assunta dagli "arbitri". Completano la struttura processuale anche le figure del "messo comunale" (Libro I - RXXII ed RXXIV, odierno ufficiale notificatore e del "milite" (soldato a cavallo), odierno ufficiale giudiziario, incaricato di eseguire i provvedimenti giurisdizionali, compresi quelli di carattere penale. I libri II, III, e IV riguardano esclusivamnete i reati penali (descritti minuziosmente) e le sanzioni.

Nulla è detto circa il processo penale e circa il suo svolgimento. Esisteva qualche regolamento non inserito negli Statuti oppure occorre far riferimento ad ipotesi analoghe di processo?

(Avv. Elio Torriero).

 
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